La fine del femminicidio con il metodo Malala

Questo articolo è stato scritto per l’Huffington Post.

Il post Obama dovrebbe esser donna. Secondo la moglie Michelle la Casa Bianca dovrebbe continuare la propria rivoluzione culturale (iniziata con il marito) e diventare la dimora della prima Presidente degli Stati Uniti.

L’auspicio della first lady non è una speranza femminista. Michelle ha fatto proprie delle richieste del mercato. La tv statunitense, dopo aver investito in sceneggiature che realizzano il sogno della signora Obama, sta trattando sulla serie ispirata a Hillary Clinton (più volte vicina al posto presieduto, oggi, da Barack).

La moglie di Bill è terza donna a diventare il Segretario, americano, di Stato. Prima di lei il dipartimento che si occupa degli esteri è stato seguito da Condoleeza Rice e Madeleine Albright.

La signora è stata nominata da Bill Clinton nel 1997, anno che le donne (ma anche gli uomini) dovrebbero ricordarsi più spesso. Il 1997 è l’anno dell’emancipazione femminile. Quella politica  di Albright che trasforma le parole di Michelle in una possibilità tangibile. Quella storica che Rai3 ha raccontato nel documentario “Le bambine non vanno a scuola”. La protagonista di questo progetto è Malala Yousafzai, la più giovane candidata al Nobel per Pace.

Malala è nata il 12 luglio del 1997 nella valle dello Swat (Pakistan). Il 10 ottobre 2012 non è potuta andare a scuola. Il giorno prima un gruppo di uomini sono saliti sul suo pullman. L’hanno sparata. Le sue parole sul regime talebano, raccolte in un blog, sono state dei proiettili che hanno rimpicciolito il machismo locale.

Malala è sopravvissuta all’attentato. Il sangue non l’ha scoraggiata. Per se, per le sue compagne e per tutte le donne sogna ancora un mondo dominato dal sapere. “Se a questa nuova generazione non daranno le penne i terroristi daranno le pistole”.

Il modello Malala vale per tutti i territori rattristati da una guerra. Il conflitto italiano è nei corpi  morti delle donne che i maschi mettono davanti a sé per dominare la propria paura. Lo scheletro altrui è una trincea dietro la quale il terrore tace.

A nulla, ci ricordano i telegiornali, sono servite le misure restrittive per tutelare le donne realizzate dal Governo Letta. Il sangue continua sfacciatamente a scorrere. Il provvedimento, come evidenzia Michela Murgia su Vanity Fair, non prevede un progetto scolastico, un modello Malala che il ministro Carrozza possa introdurre nelle scuole dove avvengono sempre e comunque i cambiamenti sostanziali.

L’istruzione italiana è ignorata dagli stessi intellettuali che invocano, giustamente, investimenti maggiori per il settore che migliora la salute di uno Stato. Beppe Severgnini nel suo recente editoriale si auspicava un’apertura maschile ma allontanava le sue responsabilità. Il giornalista è anche un padre che (come molti suoi colleghi) posticipa ad altri la preparazione delle generazioni future. I figli uccidono con la stessa frequenza dei padri. La cronaca parla chiaro.

“E’ un momentaccio, un momento di involuzione. Mentre noi, donne, parlavamo nessuno faceva delle smorfie. Adesso, invece, gli uomini ammiccano. Ci si dimentica che dietro ogni maschio c’è, di solito, una madre. A scuola, dopo la gita, gli insegnanti chiedono, tra le risate generali, ai genitori di spiegare ai bambini che si tira l’acqua dopo esser stati in bagno. Le femmine lo fanno, i maschi no. C’è indulgenza. Nelle scuole elementari, non dimentichiamocelo, avviene la formazione della generazione che dovrà essere in grado di prendere in mano quel che resterà”. Concita De Gregorio, con queste parole, raccontava  il 17 ottobre 2008 a Daria Bignardi il passaggio da Repubblica.

All’epoca Fabiana Luzzi era in quinta elementare. La ragazza, cinque anni, dopo sarebbe diventata una delle tante, troppe, donne uccise da un uomo, da (nel caso specifico) un minorenne. Il modello Mandala serve a tutte le sue coetanee.

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