Titoli di coda

Questo articolo è stato scritto per D – La Repubblica.

Ogni generazione ha le proprie conquiste. Alle persone cullate dal boom economico il progresso ha regalato la nascita ragionata. Dieci anni dopo l’arrivo, in Europa, della pillola anticoncezionale a Londra è nata Louise Brown, il primo individuo ad essere concepito in provetta. La vita, ancora oggi, rappresenta un traguardo da raggiungere. Le generazioni che condividono il presente possono controllare l’inizio della vita ma non la fine. Nell’ultimo respiro si concentrano le istanze dei giovani che al Governo chiedono di avere la totale gestione del proprio tempo.  “L’eutanasia, evidenzia Mina Welby (moglie di Piergiorgio, l’attivista politico impegnato contro l’accanimento terapeutico), è un argomento che interessa i ragazzi. Nelle università si parla, senza tabù, del fine vita. Ognuno di noi ha visto altre persone in difficoltà. Individui che non sanno cosa fare. A chi rivolgersi”. Nei vuoti legislativi i cittadini non vogliono perdersi. Da anni chiedono delucidazioni all’associazione Luca Cosconi. Il progetto politico (di cui Mina Welby è co-presidente), più volte, ha provato ad avviare un dibattito nazionale sull’eutanasia.

“La nostra associazione non consiglia un comportamento specifico. A chi ci interpella chiediamo di avere fiducia in se stessi, nel malato e nei medici. Noi non abbiamo una soluzione. Non possiamo averla. Per questo motivo è importante garantire a tutti la libertà di coscienza”. Nel diritto che Mina Welby vuole tutelare il cardinal Martini vedeva i suoi doveri di prelato. Pochi giorni dopo la morte del marito di Mina Welby ha chiesto alla Chiesa, attraverso Il Sole 24 Ore, di attrezzarsi per alleviare le sofferenze di tutti i malati. “Situazioni simili”, scriveva il Cardinal Martini, “saranno sempre più frequenti. La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili. La Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale”.

“Martini”, evidenzia Marco Politi, scrittore e vaticanista, “era contrario all’eutanasia o a medici specializzati in eutanasia, però esprimeva comprensione per chi per disperazione in una fase terminale decidesse di porre fine alla vita e alle sue sofferenze. E non si sentiva di condannare un parente che agisse per pietà”.  Il cardinale è morto lo scorso 31 agosto dopo aver vietato ai propri medici di tenerlo in vita a tutti i costi. “La sua decisione ha riaperto, con forza, il dibattito sul fine vita. La Chiesa, nella sua dottrina ufficiale, ha già accettato il rifiuto dell’accanimento terapeutico. Però, paradossalmente, i pazienti collegati ad una macchina, secondo la Chiesa, non possono più tornare indietro e chiedere l’interruzione del trattamento”.  Le convinzioni dei credenti sul testamento biologico collimano praticamente con quelle dei non-credenti. “Il fine vita, sottolinea Politi, non è più un tema che contrappone i cattolici ai laici. Anno dopo anno si rafforza la maggioranza composta dagli uni e dagli altri”. L’immaginario del singolo fa parte di uno comune. Questa condivisione è al centro del nuovo corso cinematografico. Negli ultimi anni sono aumentati i film che raccontano il fine vita. Nelle stesse ore in cui moriva il cardinal Martini, in Italia, usciva La bella addormentata, il film di Marco Bellocchio sviluppato attorno gli ultimi giorni di Eluana Englaro.  “Il tema”, spiega Franco Dassisti (giornalista e speaker di Radio24), sta maturando. Per molti anni il fine vita non è stato raccontato dal cinema. Probabilmente è un argomento che crea disagio. Sulla pena di morte le idee degli spettatori sono più nette. Sull’eutanasia, invece, le convinzioni personali sono meno chiare. Questa confusione ha spaventato il cinema. L’industria, per molto tempo, ha preferito investire su altre storie”. Il fine vita, sul grande schermo, è nato grazie agli autori indipendenti. “Da quando il mainstream ha adottato i criteri del cinema indipendente i produttori piccoli hanno portato al grande pubblico Mare dentro, Le invasioni barbariche e Million dollar baby”. Per non parlare del recente successo di Amour, lo splendido film di Michael Haneke o del nuovissimo Miele, prima prova da regista di Valeria Golino che si è ispirata al romanzo di Mauro Covacich “A nome tuo”, per poi allontanarsene. La vita, però, non è come un film. Ai singoli protagonisti, ancora oggi, non spetta la stesura dei propri titoli di coda.

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