Dalla tv didattica a quella antropologica con In treatment

Questo articolo è stato scritto per l’Huffington Post.

Nella tv didattica, prima o poi, ci si inciampa. Non esiste professionista tv, o aspirante tale, che una volta nella vita non abbia tentato di proporre al proprio pubblico un contenuto salva coscienza. Mentre la mente è impegnata in inutili alambicchi il telespettatore medio migra verso la tv, quella antropologica.

All’evoluzione darwiniana del mezzo mi ci ha fatto pensare Enzo, un caro amico (art director) che è solito vedere più versioni dello stesso format. I commenti che fa su questo o quel programma sono (piacevolmente) sociali. Le sue considerazioni sulla figura della donna in Germania, fatte dopo aver guardato Germany’s Next Top Model, assomigliano a quelle sfoggiate dall’intellettuale di turno impegnato nella versione berlinese di Comizi d’Amore.

Questa collimazione meriterebbe una considerazione più ampia che mi riprometto di riprendere nei prossimi post. In questo  voglio continuare a ragionare di tv antropologica che il pubblico italiano incontrerà, di nuovo, su Sky quando debutterà, sullo spazio cinema del bouquet, la versione tricolore di In treatment.

Sergio Castellitto, il corrispettivo italiano di Gabriel Byrne, si prenderà cura (anche) di Lea (Barbara Bobulova). La donna, in terapia con il marito (Adriano Giannini), vorrebbe interrompere la gravidanza che non desidera più. La sua storia è un simbolo, nascosto dietro la prima serata che premia le suore di Rai1. Abortire in Italia è un problema. Solo nel Lazio il 91% dei ginecologi fa obiezione di coscienza. Nella malattia di Lea c’è tutto il paese che ignora di essere un paziente.

Difficoltà analoghe a quelle della donna non sono state il cardine del debutto statunitense di In treatment, sempre attento a raccontare la relazione, pericolosa, che c’è tra gli americani e le armi. Il primo ciclo di sedute si chiudeva con il suicidio di Alex, un ex militare che inizia la terapia per superare l’uccisione di una scolaresca irachena.

L’ascolto, la tv antropologica, dovrebbe essere il vero tarlo dei tanti talenti tv che, prima o poi, vogliono insegnare qualcosa al proprio pubblico. Per non essere vacui, oggi, bisogna stare in silenzio e ascoltare. La didattica della tv antropologica si basa sulla buona educazione.

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