Beatrice e Caterina, l’amore immaginato

Immagine 5Lunedì. 09.00. Primo incontro settimanale con Sara, la tua segretaria. Lavorate insieme da dieci anni. Probabilmente è lei la persona più vicina al tuo privato. Con Sara fai il punto della settimana appena trascorsa. In ufficio ti sembra di starci poco. 10.00. Appoggi sulla scrivania  una tazza colma di caffè americano, senza zucchero. Il liquido diventa una linea del tempo. Mentre sorseggi un surrogato svuoti la casella di posta. In pochi secondi trasformi tutto in scadenza. Tutto, sempre, ti sembra urgente. 12.00. Incontri il capo. Ti ha voluto. Ti ha valorizzato. Ti ha scelto. Delle speranze che avevi prima di inviargli il tuo CV, vuoto, non è rimasto niente. In lui vedi solo dei numeri. Profitti che pretende di raggiungere. Appuntamenti dell’agenda che non puoi rinviare. Lui rimane sempre il tuo capo. Parlate dei mesi che verranno. Volete, entrambi, un futuro. Ogni parola, però, ha il peso di un passato che tende a protrarsi. 13.00. Sara ti viene incontro. Sara è l’unica che non aspetta. Non ti abbandona. In silenzio ti alza. Sempre. Insieme riassumete i traguardi che il boss intende raggiungere. 15.00. Incontri il team. E’ il tuo anche se a te non sembra. Sospiri in una terra di mezzo. La tua vita. Insieme imbastite le idee del capo. Non ti convincono. Non importa. 17.00. Finisce la riunione. 18.00. Sara entra nel tuo ufficio. Ti porta un caffè espresso e i Baci di Dama. Cerchi sulla guancia liscia le labbra di un cavaliere. Non ci sono. Ti chiedi se Lui è stato solo un’illusione. 19.00. Mandi una mail al capo. I vostri messaggi sono un metro. I riti di una messa laica. L’uno ha bisogno di credere all’altro. Non siete più un’alternativa del mercato. Non lo siete mai stati ma nella mail potete sognare un presente vostro. 20.00. Sara sorride anche se è stanca. La prossima settimana sarai in Cina. Prima di uscire dall’ufficio devi decifrare le tue aspettative. E’ un viaggio importante. Per gli altri. 21.30. Ceni con Beatrice. Il rapporto che vi lega è un foglio bianco scritto senza uno stile vostro. L’uno non ha fatto spazio nella vita dell’altro. Esistite ma non insieme. Non siete una congiunzione. Beatrice aprirà una biblioteca. Vorrebbe sapere da te come dovrebbe essere il sito del negozio. 23.00. Arrivi. A casa. Apri la porta. Apri l’armadio. Apri la valigia. Domani mattina sei a Napoli.

Martedì. 6.00. Suona la sveglia. Sparisci. Sei un colpo di pistola sparato nel vuoto. Ti sembra sempre di non poter stabilire i tuoi spostamenti. Piombi nel taxi. 08.00. Arrivi all’ospedale. Quella sala d’attesa ti sembra un interstizio. Il silenzio pieno è una parentesi della tua vita professionale-privata. Ti sembra che l’una sia separata dall’altra. Ti sembra. Il dottore ti ha fatto spazio sull’agenda. Gli hai ripetuto fino allo sfinimento che ogni secondo della tua giornata ha peso specifico non trascurabile. Delia, tua madre, sta male. Ringrazi la persona che si sta prendendo cura di lei. Scrivi su uno dei tuoi smartphone un appunto. “Senza lei come faccio. Senza tempo. Anche per lei”. 9.29. Sms di Sara. “Tra poco arriverà l’autista che l’accompagnerà in aeroporto”. L’Altissimo dovrebbe attrezzarsi e mandare ad ognuno dei messaggi. “Tra poco tua madre morirà”. 9.30. Sara pensa a tutto. L’autista ti accoglie con un caffè americano caldo e senza zucchero. In quel nero, in quel buio, potresti annegare. Hai così tanto bisogno di coccole. Hai paura di confondere l’abbraccio con lo strangolamento. 12.00. Credi di essere arrivato a Napoli. Hai negato per così tanto tempo la realtà che oggi fatichi a riconoscere le città. E’ Napoli. Ti sembra Milano. 13.00. Sara ti avverte con un sms della chiamata che il capo intende farti fra meno di mezz’ora. 13.31. “Sì, salve. Spero che il viaggio sia andato bene. La chiamavo perché ho stampato e letto il documento che mi ha inviato ieri. Credo che ci siano delle inesattezze. Si dimentichi il credo. Le pagine 2, 3 e 4 sono da rivedere. Sia più convincente”. Non riesci nemmeno a venderti a te stesso. 14.30. Sms di Sara. “Se accende il pc possiamo sistemare i file secondo le nuove indicazioni”. 15.00. Sei connesso. Sara scrive. Tu senti. Ti sembra di farlo. Alla fine le dai l’ok. Sei ko. La segui ma il tuo cervello ha spento la sua voce. 16.00. Arriva l’autista. Ti aspetta. Oggi non sei pronto. Per lui. Per Delia. Per Sara. Per il capo. Per il cliente. 16.30. Inizia l’incontro. 17.30. Finisce l’incontro. Di quanto è successo nel mezzo non ti ricordi nulla. La tua vita sembra un acquario. Tu ci sei davanti. In silenzio. 18.09. Ti chiama Sara senza un messaggino. Irrompe nella tua vita perché intuisce che solo così potrà avere le informazioni che gli servono per stendere il report, sul tuo incontro napoletano, da mandare il capo. Tu parli. Lei capisce. Nella mail proverà a nascondere la mediocrità con la quale ti approcci al prossimo. 20.00. Arrivi a Roma. Ti sembra Milano. 20.30. Mentre sei in macchina Sara ti spiega perché non sei a Napoli. A Sara vorresti chiedere delle certezze. Capire. Sara sa che sei senza congiunzioni. Sull’Ipad ti arriva un discorso. Dovrai solo leggerlo. Non hai in mano il tuo presente. Capisci di essere una marionetta. 23.30. L’autista ti riporta a Napoli. E’ educato e ti chiede come è andata l’appuntamento pubblico. Non sai rispondergli. Non te lo ricordi. Sei solo una rappresentazione. Un ritratto fatto da altri.

Mercoledì. 05.32. E’ il telefono. Ti sembra che suoni senza senso. Con la mano sinistra lo cerchi sul comodino. Non apri gli occhi. Non vuoi sapere. Vuoi proteggerti dal tuo sguardo. Speri che sia tutto un sogno. 05.43. E’ un incubo. Il telefono suona interrottamente. Per te è impossibile continuare a immaginare. Apri gli occhi. Apri le mani. Capisci chi ti sta chiamando da dieci minuti. Ti si apre il cuore. E’ uno squarcio. Dall’altra parte un’infermiera ti informa che domani non ci sarà più. Delia si è aggravata. Vorresti aggrapparti a Lui. Lui che ti ha abbracciato quando Delia si è ammalata. Lui che ti ha abbracciato per colmare tutte le assenze di Delia. Lui che non è riuscito ad allontanarti dall’agenda. 05.45. Capisci. Cadi. Il cellulare, in lontananza, ti cerca. Non ci sei. Per te. Per Lui. Per Delia. Il lavoro ti ha tolto tutto. Urli fino a farti scoppiare la voce. Sei un vulcano senza lava. Nessuno verrà a sollevarti. Sei senza suono. In quel vuoto c’è la tua vita vera. Svuotata. In quella sacca ti sembra di orientarti. 06 e un tot. Esci dalla camera. Esci dall’albergo. Esci dal silenzio. Entri nella città. Nel tuo cuore. Cammini fino alla stazione. Ti sembra di conoscere la strada. Cammini fino a capire dove sei. La città non ti sembra più la stessa. 07.30. Sali sul primo treno che parte per Milano. Ti sembra, per pochi istanti, di essere la locomotiva. Di non essere solo il lavoro che fa attrito con le tue rotaie. Il tuo problema ti è sempre sembrato la prole degli altri. 08.07. Chiami Sara. Mentre componi il numero pensi a Delia. Ai suoi comportamenti congrui. Per lei il telefono era un ponte levatoio da percorrere in determinati momenti della giornata. Prima delle nove non chiamava nessuno. Per Delia non esistevano emergenze da gestire. Il galateo era la sua unica bussola. “Pronto, spero di non averla svegliata”. 08.28. Vorresti sprofondare davanti il messaggino di Sara. Il primo della giornata. Sara chiede permesso. Sempre. Vi sentite. Posticipa le tue riunioni e ti prenota un volo per il pomeriggio. Non fai in tempo ad arrivare che già sei già pronto per fuggire. 10.09 Sara ti conferma gli spostamenti della tua agenda. Gli chiedi discrezione. Ti sembra di non essere pronto. Ti sembra che questo viaggio non sia vita vera. Ti sembra che non sia una storia da raccontare. 11.00. Chat con il capo. 12.00 Chat con il team. 13.04. Scendi dal treno. Sali su un taxi. Ti sposti verso l’ospedale. In silenzio speri di essere già oltre. Ti sembra di aver seppellito quel sentimento. Lo spazio che esiste se non ci sei. I secondi che stai percorrendo. 13.17. Sms di Sara. “Sulla mail troverà il riassunto delle chat di questa mattina i documenti necessari per l’incontro del pomeriggio”. Ancora una volta l’agenda  ha avuto la meglio. Non c’è addio che tenga. Nei tuoi appuntamenti trovi le tue priorità. 13.22. Sei lì. Siete tu e lei. Sei con i tuoi dubbi. Siete due sopravvissuti. Sei lo scarto delle sue giornate. Siete la somma di due esistenze speculari. Sei suo figlio. Siete due familiari solo sulla carta. Sei il suo sangue. Siete due liquidi che non si mischiano. Sei impermeabile. Siete all’addio formale. Sei pronto per salutarla. Siete due binari. Sei consapevole che tra voi era finita mentre ancora aveva fiato. Siete l’uno davanti all’altra. Sei stanco. Siete il riflesso di un sentimento che vi ha scarnificati. Sei ancora in piedi, nonostante tutto. Siete due complici che commettono un reato. Sei un corpo che non hai mai accettato. Siete i titoli di coda dei telefilm. Sei un inizio indipendente. Siete figlio e madre. Sei orfano. Sembra un addio. 13.23. Cerchi sull’agenda gli appunti che hai preso il primo giorno senza di lei. Le parole che vorresti pronunciare adesso. Vorresti allargarti per lei. Per te. Per voi. Le apparenze ti strozzano. Le sfiori la mano. Ti sembra di sentire il sangue scorrere. Un fiume vivo. Le sue dita, però, sono come un delta che dolcemente muore in un mare. Piangi. La perdoni. 13.29. Spegni il BlackBerry. Spegni l’Iphone. 13.31. Quarantadue notifiche. 13.44. Cancelli tutti gli avvisi. Non vuoi più averli. Arriva il taxi che ti accompagnerà in aeroporto. 14.00. Sms di Sara. “Ha letto le mail che le ho inviato? Cosa intende fare con quel cliente che espressamente di lei?” Gli altri non li capisci. Hanno più domande che risposte. Tu non riesci nemmeno a ragionare su quanto è successo a Delia. Chiami Sara. Le dici di aver avuto un contrattempo con il cellulare e di rimandarti tutti i documenti che dovresti leggere. “E il cliente?” “Lo chiami e gli dica che lo potrò vedere solo dopo il viaggio in Cina. Non gli dica la data esatta del mio rientro”. 16.30. Sei a Napoli. Di nuovo. Il panorama è lo stesso che hai visto questa mattina, prima di partire. Non ti sei cambiato nemmeno la camicia. Puzzi come un morto a cui è stata negata la sepoltura. 17.00. Sei in albergo. Di nuovo. Sul letto trovi stesa una camicia pulita. Te l’ha fatta trovare Sara. “Sapevo che le sarebbe servito un cambio”. Già. 17.45. Arrivi all’appuntamento che hai dovuto posticipare. Ti vedi allo specchio. Non ti riconosci. Sembri un codice IBAN da decifrare. 19.08. Finisce la riunione. Un taxi ti riaccompagna in albergo. Prendi la valigia. L’autista ti aspetta. Napoli. Milano. Napoli. Milano. Tra meno di un’ora devi essere in aeroporto. 20.30. Sara sta per uscire dall’ufficio. Ti prima ti manda un messaggino. “Vuole che la chiami per capire cosa deve fare domani?”. 21.03. Apri la casella di posta. Provi a rispondere alle mail che hai lasciato indietro. Non ci riesci. Ad ogni spazio rallenti. 23.32. Stai per atterrare. Provi a riconoscere la città che troverai al prossimo risveglio. 23.59. Mentre apri la porta pensi a Delia.   Forse è ancora viva.

Giovedì. 05.43. Ti sveglia il sole. I suoi raggi si assomigliano tutti. Sono sopra. Come te che non distingui la terra che hai sotto. Milano. Napoli. Milano. Roma. Sei a Milano. 06.00 “Siam pronti alla morte”. La sveglia è collegata alla radio che apre la propria giornata con l’inno. Il primo passaggio racconta di quella patria che assomiglia alla persona che ti sembra di essere. 07.30. Sms di Beatrice. “Buongiorno. Credo di aver trovato il nome per la biblioteca. Che ne dici di Camere comunicanti?”. Sul tuo comodino conservi ancora una copia del libro che racconta le stanze separate. Ti ricorda le serate passate con Lui. Ogni pagina girata era una parentesi del vostro presente vivo grazie ad un gioco di baci. 08.07 Sei pronto per andare in ufficio. Arrivi nel parcheggio condominiale. Arrivi alla macchina. Non si apre. Non è la tua auto.  Non sai come arrivare, per tempo, in ufficio. Chiami un taxi. Senza il badge, e il relativo passaggio al tornello, ti sembra di essere al buio. Non vuoi vedere la verità. Non vuoi vedere il livido vivo. L’ufficio è il letto dove dorme il tuo dolore. Non vuoi star sveglio. Sentire quanto scotta dentro la sentenza che l’Altissimo ha pensato per Delia. 08.36. Apri la porta dell’ufficio. Apri il passaggio del badge. Ti chiudi dentro. 08.44. Chiami il portiere. La macchina non può essere stata mangiata dall’asfalto. “Si salve, sono Matteo. Mi scusi se la disturbo a quest’ora. Avrei bisogno di una gentilezza. Questa mattina non ho trovato l’auto. Mi capisca. Son giorni strani. Potrebbe controllare il parcheggio e farmi sapere se devo denunciare il furto nel mio veicolo? Grazie”. 08.48. Avviso di chiamata. E’ il portiere. Non puoi rispondere. Il rumore che arriva dalla tua borsa cattura la tua attenzione. E’ l’ospedale. 08.49. “Buongiorno. Mi scusi se la chiamo prima delle nove. E’ una chiamata necessaria. Ieri, pochi minuti dopo la sua visita, sua madre è morta. Abbiamo provato a chiamarla più volte. Le abbiamo lasciato anche dei messaggi. Non ci ha mai risposto. Per un momento abbiamo pensato che avesse abbandonato il recapito che ci ha indicato durante uno dei suoi spostamenti”. Improvvisamente la natura era diventata una notifica. 08.50. Spegni il telefono che ti ha fatto sentire il terremoto. 08.59. Sara. E’ arrivata in ufficio. 10.00. Riunione. 11.00. Riunione. 12.00. Riunione. 12.11. Riaccendi il telefono. Chiami l’ospedale. “E quindi adesso cosa succede?” “Sua madre è nella camera mortuaria. Entro la fine della giornata deve farci sapere come intende gestire la sua situazione. Quando intende fare il funerale”. 12.13. Le esequie di Delia non sembrano un tuo dovere.  Ti schiarisci le idee. Chiami Sara. Nel pomeriggio non lavorerà più sul programma che insieme avete steso la scorsa settimana. Le chiedi di occuparsi del funerale di Delia. 12.14. Spegni il telefono. 12.16. Ti siedi. Ti sembra di sentir tremare la terra sotto i tuoi piedi. Per la prima volta, in quel buio, ti sembra di essere nella voragine che vedi prima e dopo il badge. 12.18. Abbandoni l’ufficio. 12.21. Ti sembra di essere l’unico, senza centro, a camminare in città. 12.42. Arrivi all’auto. L’apri. Ti ci addormenti dentro. 21.24. Sara ti sveglia. La fai salire in casa. Non ti chiede come stai. E’ pur sempre la tua segretaria. Il funerale sarà sabato, prima del tuo viaggio per Pechino. 21.33. Ringrazi Sara e le da una settimana di ferie. 23.59. Riaccendi il telefono. Ottantadue notifiche. Bevi un caffè. Inizi a leggere i bip della giornata. Hai bisogno di sapere che tra quelle parole non c’è scritta la morte di un’altra persona.

Sabato. 04.56. Ti svegli. Ti cerchi nel letto. Non ti trovi. Provi a dormire. La sveglia non è ancora suonata. Non esiste un buon momento per iniziare. Apri gli occhi e basta. 05.05 Ti alzi. Ti fai un caffè. Sul tavolo c’è ancora il portatile. Dovrebbe essere una porta. Ti sembra una lapide. La fissi. Speri di trovarci sopra le spiegazioni che ti servono per capire quando sei scomparso. La vita non può sempre sembrarti una scialuppa lanciata da un’agenda. 06.12. Sms. E’ Beatrice. Camere comunicanti ti piace. Forse dovresti dirglielo. Forse dovevi informarla del funerale di Delia. 08.07. Ti prepari. Camicia. Cravatta. Giacca. 08.42. In chiesa ci arrivi per primo. Meglio così. Le persone sono una memoria di cui vuoi fare a meno. Accarezzi la bara. Una, due, tre volte. Cerchi di ricreare un calore. E’ attrito. Lo stesso che vi ha allontanati per una vita intera. 09.27. Inizia la cerimonia. Non ci sei. Sei scappato. Non sei riuscito a resistere allo scontro. L’ennesimo. Non sai come superare l’abbandono. Delia ti ha lasciato solo. Di nuovo.

Arrivi a Pechino. E’ lunedì. Sono 21.12.

“Gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili”.
(Scivoli di nuovo, Tiziano Ferro)

Matteo confondeva. Matteo non capiva perché il suo corpo era sempre pronto per sbandare sulle strade sicure. Per gli altri. Nel suo sguardo c’erano degli schizzi di colore. Il rosso cuore della comunità diventava, nei suoi occhi, una goccia di sangue. Dove c’era la vita Matteo vedeva la morte. Matteo confutava. Matteo non capiva la differenza che c’è tra il cemento e la casa dei sogni. Negli spigoli delle stanze, costruite con sudore, non si sentiva più singolare. In quello spazio le sue gocce di sangue confluivano in un cuore. Comune.

Matteo collimava. Matteo non cercava se stesso. La sua casa era il ripostiglio dei vicini. Il desiderio dei suoi conoscenti che non potevano essere i principi di un regno chiamato mutuo. Matteo aveva fatto sua quella speranza precaria. A lui, però, non serviva una stabilità fisica. Matteo non riusciva a fluttuare. A lui non serviva una casa. Lui non riusciva a sentire il proprio corpo. Ad accarezzare i propri spigoli.

Matteo era un sub. Senza acqua. Per sentirsi doveva stare in apnea. Lorenzo l’aveva capito fin dal primo appuntamento, organizzato poche settimane dopo il viaggio in Cina. Matteo non riusciva a respirare durante il bacio. La sua faccia rimaneva fissa come una baia che aspetta di essere bagnata da un onda. Matteo baciava come un tornello.

A Lorenzo non piacevano i baci badge. A Lorenzo piaceva lui. Il principe che saltava come una rospo. A Matteo spaventava stare sopra i propri sogni. Per lui era più semplice sistemarsi sotto. Lorenzo sulle sue labbra sentiva il sapore della speranza. Matteo era come un seme che per splendere ha solo bisogno di spazio. Proprio. Sul suo petto Lorenzo disegnava tutto il panorama che Matteo non prevedeva. Matteo perdeva l’armatura ogni volta che Lorenzo lo faceva sentire come un foglio bianco. Lorenzo baciava come una radice. Con Matteo usava la lingua e le dita. Con la bocca rassicurava il rospo che senza respiro riusciva ad essere il suo re. Con le dita, invece, gli disegnava addosso lo spazio che gli serviva per sorgere. Sul petto di Matteo la mano di Lorenzo parlava un linguaggio loro. Matteo si sentiva libero ogni volta che l’indice di Lorenzo iniziava a camminare sul suo cuore. Una linea verticale, dal basso verso l’alto. Una linea obliqua, da sinistra verso destra. Una linea che scende, da sinistra verso destra. E poi ancora dall’alto verso il basso. La convivenza tra Lorenzo e Matteo iniziò così. Con una casa disegnata.

Dall’indice di Lorenzo partivano gli inizi più importanti dei due. Sul petto di Matteo aveva provato, per la prima volta, ad essere padre. Lorenzo aveva paura. La parola FIGLIO non l’aveva mai detta ad alta voce. Per Lorenzo una famiglia sua era alla fine di strada. Lorenzo aveva paura di scegliere tra la propria paternità e il presente che poco alla volta l’aveva fatto sentire meno pericolante. Non avrebbe mai scelto. Sarebbe stato l’amore unico di Matteo anche se il marito gli avesse garantito solo un matrimonio bianco. Lorenzo aveva paura ma non poteva gestire la paralisi di due persone. Quella di Matteo gli bastava. Durante un bacio avrebbe provato a portare il suo più grande amore sulla strada interrotta dal bivio Figlio-senza-Matteo/Futuro-solo-con-Matteo.

Con l’indice, alla fine di una giovedì qualunque, iniziò a disegnare sul petto di Matteo tre cuori. Una catena d’amore. Matteo non capì subito sotto cosa stava respirando. Lorenzo aveva paura di essere respinto. Non sarebbe tornato indietro. Con l’indice ridisegnò i tre cuori una, due, … volte. Continuò fino a far crescere il corpo di Matteo. Il suo battito bruciò il bivio di Lorenzo. Matteo, quella sera, baciò senza mediazioni il suo amore unico. Con la mano disegnò sul petto di Lorenzo tre cuori. Una, due, … volte.

Un simbolo. Un sogno. Una storia. Il primo incontro tra Lorenzo e i tre cuori avvenne durante un Pride. I tre cuori stavano sulla t-shirt di Beatrice, l’amica bibliotecaria di Matteo. Beatrice era orgogliosa del percorso fatto come professionista ma quel giorno voleva condividere con gli altri le soddisfazioni che aveva avuto nel privato. Il Pride dei tre cuori era il primo che faceva con Alice, la figlia che aveva avuto insieme a Caterina. Il suo amore unico. Al battesimo laico di Alice Beatrice e Caterina avevano invitato tutte le persone che le facevano sentire a casa.    Matteo e il suo amore unico ma anche Massimo, l’uomo che gli aveva regalato l’immaginazione. “Ogni individuo, amava ripetere Massimo, inizia e finisce nella propria testa”.

“La luce si riflette nella tua ombra,
non credevi che potessero esistere insieme.
La luce splende e si sposta.
Per lei esserci è facile come respirare”
(Angels, The XX)

Beatrice, da bambina, vedeva il bianco nel verde e il giallo nel nero. Beatrice sceglieva i colori. Capirla, per i genitori, non è stato semplice. Per loro sarebbe stato tutto più facile se la figlia avesse apprezzato le stesse favole dei coetanei. Beatrice i racconti degli altri non li voleva. Beatrice amava regalarsi un regno tutto suo fatto di facce fucsia e alberti blu elettrico. Con i genitori, nel tempo, riuscì a raggiungere un compromesso. Davanti a tutti avrebbe detto ciò che le persone si aspettavano da lei, in privato avrebbe continuato a dare alle cose i colori di suo piacimento. Alla prima, immacolata, conciliazione ne seguirono delle altre. Beatrice, in privato, baciava Elisa, Eva, Emma, … .In pubblico, però, doveva far finta di preferire la barba di Riccardo, il profumo di Francesco e la virilità di Antonio. Ai suoi genitori piaceva così. Conforme. Beatrice, però si sentiva spaiata. La sua vita non aveva un valore proprio. Esistere, per lei, era il sinonimo di separare. Il bianco da una parte. Il colore dall’altra. Beatrice credeva di essere un bucato.
Prima di incontrare Caterina, Beatrice, non aveva mai provato a mischiare. Il sesso e il sentimento erano due binari separati. L’orgasmo raggiunto con Elisa, Eva, Emma, non le lasciava addosso il calore dell’abbraccio familiare. Per quel tepore si fingeva eteroaffettiva.
Caterina era la stazione che i binari di Beatrice non avevano mai raggiunto. Con Caterina Beatrice cominciò a vivere a colori anche nelle situazioni che richiedevano, secondo la madre, un nero di circostanza.
Beatrice baciava Caterina. In pubblico e in privato. Insieme a lei sentiva un individuo all’inizio. Senza compromessi. Senza i sinonimi che aveva sempre usato per sembrare una persona diversa. Con Caterina ogni parola aveva una sfumatura propria. Insieme al suo amore unico Beatrice riusciva a rappresentare l’immaginazione che la famiglia aveva provato a incastrare. Senza lacci Beatrice si sentiva libera di esprimersi. La casa che aveva costruito con Caterina, agli estranei, sembrava un vaso troppo piccolo per un mazzo di fiori troppo grandi. Beatrice era barocca. Era impossibile bloccarla. In quell’esplosione Caterina non vedeva i bisogni, irrisolti, di Beatrice. Per lei quella piccola casa piena era la chiave che apriva la testa del suo amore unico. Immersa nell’immaginazione di Beatrice, Caterina, si sentiva sempre all’inaugurazione ad un parco giochi superlativo. La loro storia era veloce come le montagne russe e vivace come il cavallino bianco di una giostra colorata. In quelle meraviglie Beatrice e Caterina si scoprirono mogli e madri. In mezzo a quel matrimonio con meno diritti le due donne decisero di far crescere un figlio. Un fiore. Alice.

“Sei tu il punto di partenza della bellezza.
Il paradiso è un tuo sorriso inebriante.
Nei tuoi occhi vivono i nostri ricordi migliori”.
(As Coisas Que Eu Gosto, Elis Regina)

Beatrice mi ha fatto sempre ridere. Ogni volta che Matteo e Lorenzo mi portavano a casa sua pensavo di essere il prossimo paziente di un’oculista burlone. Un professionista che in segreto sfida le tue capacità. L’immaginario di Beatrice, io, faticavo a metterlo a fuoco. La signora mi sembrava sempre una sfumatura. La sua casa era tutta doppia. Nei suoi quadri non c’era una donna. In ogni dipinto c’erano almeno un paio di femmine. L’amica di papà era strana soprattutto a Natale. Il presepe che preparava per Alice era diverso da quello che Matteo e Lorenzo apparecchiavano per me. Nel suo presepe c’erano due Marie e una bambina. Nel mio, invece, una sola Maria, un Giuseppe e un neonato che con tutte quelle persone attorno non si sentiva  sicuramente solo. A Lorenzo ho sempre chiesto perché lo stesso simbolo avesse due rappresentazioni diverse. Papà rideva e rimandava tutte le spiegazioni ad una stagione della mia vita provvista di un silenzio di circostanza. Io, però, non capivo perché la capannina di ABC assomigliava a quella del panettone preferito da papà Matteo mentre la nostra era pressoché identica a quella di nonno Zeno o zia Giuditta. O Gesù era il bimbo di Maria e Giuseppe per tutti o non lo era per nessuno. Io mica sono il figlio di Matteo e Lorenzo in una casa e il fiore di una mamma e un babbo in un’altra. Gesù, però, nella casa di Beatrice e Caterina cambiava genitori e genere. E se fosse successo anche a me? Se da Cosmo fossi diventato Stella? Dovevo capire. I miei non erano capricci anche se per Lorenzo erano un bel grattacapo. Con leggera rassegnazione un giorno mi spiegò il presepe di Beatrice. Tra noi c’era un patto. Io avrei saputo tutto sulla stella cometa di ABC solo se avessi imparato a sorridere in silenzio. Con due indici pronti a spalancare la mia bocca gli dissi “Sì”.

“Ho visto tutto.
Ho visto il vento veloce tra le foglie vive.
Ho visto tutto.
Ho visto un salice salutare Settembre.
Ho visto tutto.
Non ho più nulla da vedere”
(I’ve Seen It All, Bjork)

“Chiudi gli occhi e inizia a contare fino a cento. Ecco. Il buio di Beatrice è durato cento volte cento. Il suo sguardo non era più abituato a guardare i giorni come fai tu. Beatrice, per non spegnersi, ha iniziato a immaginare un presepe tutto suo. Aveva perso la speranza. Non sapeva fino a quando sarebbe potuta stare accesa al buio. Grazie al bacio di un amore unico ha ricominciato a risvegliarsi con i raggi del sole. Per lei, prima, la sveglia era solo un rumore. Beatrice, però, non voleva abbandonare il buio che a suo modo gli aveva voluto bene. Con lei porta sempre un pezzettino di quel posto. A Natale, di solito, finisce nel presepe. Poco alla volta anche la capanna di Beatrice assomiglierà a quello di nonno Zeno o zia Giuditta. Lo sguardo, a volte, è una staffetta. Dove non arrivi tu ci penso io. A Beatrice possiamo proporre di fare due presepi. Uno per il suo pezzettino di buio. Un altro per chi ha potuto contare con gli occhi aperti. Che ne dici?”

“Sì”. Il mio indice sulla punta del suo. Due dita. I nostri disegni iniziano sempre così.

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