Allison, l’amore sentito

Immagine 3Spiegare agli estranei la storia d’amore tra i miei papà è sempre stato molto semplice. Lorenzo e Matteo, insieme, sono la riga di una matita che passa e supera un foglio bianco. Una traccia lasciata da una cometa prima di incontrare la terra. Il punto di unione tra il cosmo e l’oceano. Il loro è un amore cheek to cheek.
Guancia a guancia diventano una linea unica. Un sorriso che cancella l’espressione puzzle di Matteo. Davanti un qualsiasi impiccio lavorativo assume i connotati di un gioco abbandonato da un bambino pigro. In quella fragilità infantile Lorenzo rivede uno dei motivi per i quali vale la pena svegliarsi tutti i giorni con Matteo. Per conquistarsi il suo sorriso si è inventato il ballo della felicità, un lento e romantico passo a due che si conclude solo dopo aver capito che Matteo, sostenuto dalla guancia di Lorenzo, inizia a sperare.
Il ballo del puzzle ordinato è una costante dei momenti importanti dei miei papà. All’uno piaceva diventare la pista da ballo dell’altro ogni volta che il sole salutava le giornate senza sorrisi. Matteo è, nel bene e nel male, uno scrigno. Per lui la conservazione è sempre stata più naturale della condivisione. Matteo trattiene. Matteo è testa e corpo di una calamita che per sua conformazione non sa cosa è giusto incollarsi addosso.
Lorenzo davanti a Matteo si sentiva come il mare che si incaglia nella costa che non sa scegliere cosa e quanto accogliere. Onda dopo onda, giorno dopo giorno, provava a levigare la morfologia del suo amato. L’esercizio richiedeva tempo e pazienza. La dieta quotidiana che Matteo aveva scelto per giustificare la bulimia che bolliva sulle sue viscere era il retrogusto che Lorenzo faticava a digerire. I sorrisi spezzati di Matteo lasciano sulla lingua di Lorenzo un sapore singolare. Lorenzo sentiva addosso l’amaro assaggiato dal suo amore a pezzi. Passo dopo passo, giorno dopo giorno, Lorenzo aveva dato a Matteo una grana diversa. Ogni volta che i due si incontravano nel ballo del puzzle ordinano Matteo si sentiva più compatto. Matteo si sentiva il blocco che non si sbriciola davanti la vita balbuziente.

“Grazie per il tempo che mi hai dato,
grazie per i ricordi che mi rimarranno dentro.
Adesso siamo arrivati alla fine d’arcobaleno.
Davanti a tutto quel colore devo dirti una cosa.
In tutto questo tempo sei stat* una, due, …
tre volte la persona più importante della mia vita”
(Three Times A Lady, The Commodores)

Il sottofondo di quella sera era un sogno spezzato. Il segno che la barba non fatta lascia su una guancia liscia. Matteo in quel cheek to cheek cominciava a capire che i suoi scarabocchi, sulla guancia di Lorenzo, sarebbero potuto diventare un nuovo inizio. L’ennesimo. Ogni volta che si abbandonava nell’abbraccio dell’amato Matteo aveva sul volto una lacrima. In quella goccia corta c’erano tutti i titoli di coda, lunghi, che avevano caratterizzato la vita di Matteo senza Lorenzo. Il suo primo ciao era stato il ciak del loro amore cheek to cheek. Guancia a guancia Matteo aveva iniziato a contare. Uno come il biglietto del cinema che era solito frequentare prima di conoscere Lorenzo, due come le estremità delle sue giornate che iniziavano e finivano sempre e solo con il fidanzato, tre come… Tre come futuro. Tre come figlio. Tre come il fiore che Matteo voleva far crescere nel giardino condiviso con Lorenzo.

Quella sera, mentre il poeta cantava la fine del proprio amore, i miei papà iniziavano capire se tra di loro c’era spazio per me. Le insicurezze dell’uno non convincevano l’altro. Per entrambi sarebbe stata fondamentale una stella estiva protesa verso un desiderio. Verso una nuova vita. Verso Ovest. Tre siamo diventati dove il sole tramonta.
La mia alba è iniziata in Allison, il mio amplificatore. Per nove mesi Allison è stata culla e cassa. Allison protegge e spinge. I miei papà l’hanno capito subito. Loro non volevano per me una signora agiata, addomesticata per sopravvivere nell’America bene, nel sogno altrui che prevede l’uscita dalla mediocrità sono con la maternità o il matrimonio. Loro, per me, volevano una divorziata. Una persona che aveva deciso di separarsi dal mondo che non sa di essere stonato. Allison ha saputo trasformare il suo silenzio in armonia. Attraverso la gestazione per altri ha completato un percorso iniziato in una pausa pubblicitaria.
In radio, quella notte, c’erano solo lei e il regista del programma radiofonico che da pochi mesi conduceva per uno dei network più importanti del paese. Non c’era spazio per una terza persona. Allison lo sapeva e con la sua voce disegnava un paesaggio dogana. Le persone che intervenivano per parlare del proprio pluriball quotidiano non potevano provare a restare. Allison, per contratto, indicava loro l’uscita di emergenza. Allison, per sopravvivere, preferiva non sentire lo scoppio che provoca un SOS lanciato in solitudine. Davanti allo specchio non poteva negare la situazione che stava gestendo. Sognava di essere l’orecchio delle persone che si erano ripromesse di non piangere eppure davanti a quel microfono sembrava una cassiera svogliata. Una delle impiegate impermeabili che faticano a capire dove inizia e finisce l’individualità delle persone che ha di fronte. Il presente proprio si era trasformato in un prodotto da passare e ripassare.

“Volevo essere il migliore,
volevo essere il vento veloce nell’acqua.
Poi ha iniziato a piovere,
le stelle del cielo si sono fermate nella polvere”
(The Greatest, Cat Power)

In quel break era arrivato Bart. La sua voce bloccata ha saputo abbracciare Allison. Dopo Bart Allison ha dovuto dire basta.
Basta all’educazione passiva prevista dall’eutanasia astratta. Allison, dopo Bart, non riusciva più a dribblare i paletti che fino a quel giorno gli avevano regalato una buona parola per tutte le persone che intervenivano nel suo show. Allison era stufa di fare specchio riflesso. Allison voleva dissentire. Allison, ai suoi interlocutori, voleva dire che la vita non è una delle più belle canzoni composte dal proprio musicista del cuore. Allison voleva essere esatta e ammettere che ogni esistenza è disciplinata dai silenzi spesso eterni.
Allison, dopo Bart, aveva detto basta al bivio. Alla possibile fuga dai sogni spezzati. Allison non voleva più scappare o aspettare l’onda alta che avrebbe acceso una vita spenta. Allison voleva sistemare i sogni negli appositi contenitori e sperare che nella radio, i suoi interlocutori, vedessero una lavanderia. Uno spazio per i sogni speciali e sporchi. Allison aveva scelto di vivere una vita senza sonno, senza l’ancora anestetizzante che affonda con la vita vera.
Allison, dopo Bart, aveva detto basta alle banderuole, bisognose di quel vento veloce che distrae. Davanti ai suoi incubi Allison aveva deciso di stare dritta. Ferma e fissa come il futuro di un fiore che cresce lì. In un solo punto malgrado le precipitazioni. Allison aveva deciso di provare a resistere alla pioggia. La continua ricerca del raggio di sole l’aveva illusa. Allison, dopo Bart, aveva deciso di affrontare i suoi incubi, di sopravvivere a tutto ciò che sotto la sua pelle c’era. Vivere di impressioni presentabili non gli bastava più. Bart, in quel break, aveva detto ad Allison di cosa faceva a meno. In onda aveva parlato della persona che credeva di aver accettato.

“Non riattaccare. Non ancora. Non ci riesco. Non posso. Non sono io. Non sono più un ragazzo. Non sono ancora un vecchio. Non sono nemmeno un adulto. Non esisto fuori. Non sono nemmeno dentro. Non mi vuole il mondo. Non voglio essere respinto. Non riattaccare. Non ancora. Non ci riesco. Non posso provarci ancora. Non voglio vivere di No. No. No. No. Non dormo. Non voglio svegliarmi. Non sono uno scherzo. Non sono un riflesso. Non esisto nello sguardo altrui. Non mi vedono. Non mi vedo. Non valgo. Non ho più la volontà e la forza di cambiare. Non posso essere un altro. Non posso negare. Non voglio più fingere. Non sono il figlio, il fratello, in fidanzato di un altro. Non sono una negazione. Sono solo. Io”.

La Ninna Nanna dei No di Bart fu per Allison il nocciolo che con cura e pazienza toglieva dalla polpa. Allison, in un silenzio radiofonico, aveva azzannato la sostanza che secondo dopo secondo aveva deciso di spostare dalla sua bocca. Nel gusto cercava delle giustificazioni senza le quali non avrebbe potuto resistere alla gravità del suo quotidiano. Ogni giorno Allison giocava ad essere un’altra persona. Viveva in un presente altro. Grazie a Bart riuscì a fare pace con il passato appassito. Insieme, i due, iniziarono un futuro senza falsità. Dopo essersi scambiati i contatti decisero di riconoscersi in un’unica regola. Da quel giorno sarebbero stati loro. Senza se. Senza ma. Senza No.

“So di di essere stat* fortunat*,
il paradiso mi ha regalato te,
tu che sorridevi
come Gesù davanti un bambino”
(Jesus to a Child, George Michael)

Senza Bart, Allison, si sentiva come una t-shirt stropicciata. Una maglietta personale sulla quale rimane impresso un odore. Un dolore unico che non può essere indossato da altri. Allison, senza Bart, sembrava un corpo concavo. Lui aveva illuminato gli spigoli della sua esistenza. Allison, prima di Bart, era incastrata in un eterno presente. Un post-it delle cose da fare, delle persone da incontrare, … I viaggi di Allison, prima di Bart, iniziavano e finivano nelle partenze. Per Allison tutto si concludeva dopo il primo passo. Fatto quello, fatto tutto. Un alibi di facciata. Per Allison la fatica era facile. Allison, prima di Bart, era un fermacarta che abbraccia il cielo, un colore, le congiunzioni.
Bart era stato per Allison la E del secondo passo. Il pezzo che manca per completare un periodo. Allison, prima di Bart, credeva che la completezza fosse insita in un presente tronco. Per Allison il miglioramento stava in un momento meno. Il più uno era l’opportunità che vedeva nelle O di Bart. Lui che l’aveva messa al centro. Lui che aveva saputo bloccare i suoi slanci da biglia. Lui che aveva smussato i suoi spigoli. Lui. Suo spazio. Lei. Una sfera. Insieme. Il solco. Infinite strade.

“Papà non ti preoccupare per me,
un giorno proverò le tue scarpe.
Sul tuo volto hai quello voglio essere”
(Real Good Hands, Gregory Porter)

Sopravvivenza, sorriso e speranza. Il secondo passo di Allison partiva da tre sostantivi. Dalla punteggiatura di Bart. Dal percorso fatto insieme. A lui pensò quella mattina. All’alba decise di allargarsi. Di aprirsi ad una nuova vita. Allison voleva essere una congiunzione. Senza le sue catene sarebbe diventate una casa.

“Sono una sirena. Sono il suono che si è scoperto nel silenzio altrui. Ero una speaker che sentiva male il suo interlocutore. Di lui, in fondo, mi importava poco. Saperlo incollato all’idea che aveva di me era sufficiente. Stavo sprofondando.
Sono un’armonia. Sono l’albero che ha saputo allontanarsi dall’aridità altrui. Ero una persona che aveva smesso di crescere. Mi sentivo grande davanti ai giganti. Sulla giostra della vita continuavo a girare. Giocavo e allontanavo da me un futuro garantito a tutti. Stavo appassendo.
Sono una destinazione. Sono il desiderio dentro due occhi che guardano il domani. Ero prigioniera di un passato. Ero pronta solo se il progetto da costruire prevedeva la presenza di altri. A loro mi aggrappavo. In loro mi immaginavo. Mi stavo irrigidendo.
Sono un’amaca. Sono l’appoggio giusto del sonno che scrive un sorriso sul volto. Ero una bella addormentata senza sogni. Aspettavo un bacio. Volevo un bisogno mio eppure brillavo per le attese altrui. Stavo scomparendo.
Sono la metà di una meta. Un amico, prima di migrare, mi ha fatto da madre. Mi ha regalato un momento in più. Per nove mesi uno aspetta una persona. Più l’attesa si avvicina al via e meno comprendi i tempi di chi con te farà un pezzo di vita. Nessuno nasce pronto. La gravidanza garantisce solo la gestione della gravità terrestre. Al peso proprio devi pensarci tu. Prima di morire, lui, mi ha preso e protetto. Nella sua pancia mi sono sentita pronta. Il suo grembo è stato il giorno in più.
Sono una sirena. Sono un sogno in transizione. Sono in mezzo. Sono un tramite. Sono un testo. Sono il sostantivo prima e dopo i puntini di sospensione”.

La sincerità che Allison aveva messo nella sua lettera di presentazione aveva sconvolto Lorenzo e Matteo. Nelle sue incertezze avevano intravisto il loro inizio. La punteggiatura che completa le I. Lorenzo e Matteo, per me, non volevano la perfezione. I miei papà volevano sapere che il solo seme sarebbe sbocciato in un prato pronto. In un presente privo di tutte quelle paralisi che impediscono alle persone di cambiare. Sulle proprie ceneri Allison aveva costruito la mia prima culla.

“Da sette anni non è più con te.
La sua bicicletta è rimasta sotto il ghiaccio.
Perché, ballerina, sei così triste?
Stai realizzando il suo sogno”.
(Ballerina Lake, Scott Matthews)

Spiegare Allison agli estranei è sempre stato molto semplice. Allison è stata una sensazione astratta. Attraverso lei mi sono aperto al mondo. Un suono. Infinite suggestioni. Segni che non hanno bisogno di uno specchio per essere riflessi. Il suo ventre ha saputo veicolare le sfumature necessarie. Il mio respiro. La sua risata. I ricordi che insieme abbiamo realizzato.
Sotto la sua pancia ho ascoltato, per la prima volta, il presente. Un suono contemporaneo che associo ai polpastrelli dei miei papà. Alla loro pelle che si muove piano. Le loro dita sembravano delle persone che prima di entrare in casa pronunciano un permesso pieno.
La sostanza, dentro Allison, era semplice. Senza sguardo si impara a sentire. A riconoscere il rimbombo del pregiudizio. Un gesto greve. La mano dell’estraneo che non condivide il mio concepimento scappava dalla pancia di Allison. In quel secondo il silenzio si faceva spesso. Senza un suono mi spaventavo. Allison lo sapeva. Per rasserenarmi si accarezzava la pancia. Provava con le sue braccia a proteggermi dalle brutture che senza di lei avrei dovuto affrontare. Allison si stringeva fino a scrivermi addosso un suono nostro. Un’armonia. Il primo arcobaleno che avrebbe abbracciato la mia famiglia.

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