Il paradosso omoaffettivo

La parola è un paradosso liquido. La parola, spesso, non rimane addosso. La parola è come il vento che non sposta, un soffio che subisce gli spazi organizzati da altri. La parola, però, ha un suo peso. Ogni volta che viene utilizzata per percuotere una persona si trasforma in un’ancora da trascinare.

La cancellazione della parola GAY ipotizzata da Putin ha innescato una serie di naturali e comprensibili proteste (non riprese dai mass media tradizionali). Chi si lamenta per il lastrico russo, in molti casi, ha lasciato agli altri il diritto aggettivo. In Italia, infatti, la rappresentazione delle relazioni degli uomini/donne che amano altri/e uomini/donne è restata attaccata al catenaccio – sessuale. La cultura affettiva del nostro paese esiste una volta superata al confine. Sull’anima abbiamo lavorato poco e male. Non è un caso che le confidenze di Tiziano Ferro fatte alle Invasioni non siano state raccontabili dai critici. Gli esperti l’hanno definita un’intervista gay malgrado l’assenza di un immaginario erotico.

La scomparsa del soggetto è grave tanto quanto la sterilità di un dizionario che rimanda al domani la creazione di un termine figlio del tempo presente. Un periodo per essere conforme, oggi, deve prevedere l’utilizzo di due forme lessicali contemporanee: “persone omoaffettive” e “matrimonio per tutti”.

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