La politica esclude la famiglia

Questo articolo è stato scritto per D – La Repubblica.

La famiglia è un soggetto politico. Attorno la cellula della società ruotano molti dei problemi che le donne sindaco devono affrontare in Italia. La famiglia impedisce alle donne di occuparsi della comunità e infatti Maria Barbara Pusceddu, sindaco di Sinnai, ha dovuto rinunciare ad averne una per poter amministrare bene il suo territorio. “La politica ha compromesso il mio privato” spiega , spiega a D.it, il primo cittadino.

L’11% dei sindaci, in Italia, è una donna. Questo dato si conferma anche in Sardegna?
Sì. Negli ultimi anni, però, c’è stato un cambiamento. Le donne si sono avvicinate alla politica, sono state proposte dai partiti e scelte dall’elettorato. Oggi possono amministrare.

Quando è aumentata la presenza femminile in politica?
È un processo in corso da anni. Io faccio politica dal 1997.

Le donne, per entrare in politica, hanno avuto bisogno di 15 anni?
Le donne, sul nostro territorio, operano da sempre. Hanno una loro predisposizione. Il mondo del lavoro, dagli anni Ottanta, ha una componente femminile non trascurabile.

Quante donne ci sono nella sua giunta?
Nessuna, oltre a me. Amministro un gruppo di soli uomini. Le due donne che lavoravano per il Comune hanno dovuto lasciare i propri incarichi per motivi personali.

Se le donne, in Sardegna, ci sono perché la sua giunta è maschile?
Ad alcune donne abbiamo chiesto di impegnarsi come assessore o consigliere comunale. Hanno declinato l’offerta. La gestione della famiglia, spesso, non è compatibile con la politica. Esiste, secondo me, un problema di vertice. Ci sono ancora troppi uomini a capo dei partiti.

La sua carriera politica ha compromesso la vita privata?
Non sono sposata. Ho un compagno. Non ho figli. La politica ha compromesso, in parte, il mio privato. Il lavoro con gli altri, per me, è una missione.

Lei è favorevole alle quote rosa?
No anche se devo prender atto che in altri paesi il provvedimento è servito per portare le donne in politica. Questo cambiamento, in Italia, non è ancora avvenuto. Bisogna lavorare su una legge che non riduca la donna a quota.

Cosa propone?
Sono favorevole alla doppia candidatura. Maschio e femmina.

L’emancipazione femminile da cosa dipende?

Dal confronto libero. Dall’assenza di barriere che creano differenze tra gli uomini e le donne.

Si auspica, entro dieci anni, un premier donna?

Sì. Lo spero. Mi piacerebbe vedere, anche in Sardegna, un presidente di regione donna.

Il suo desiderio è fattibile?
Nei momenti di crisi si rimette in discussione tutto.

Il ministro Fornero ha la delega per le Pari opportunità. Promuove il suo operato?
Dovrebbe fare di più. Le intenzioni non sono sufficienti. La riforma elettorale, proposta da più parti, dovrebbe agevolare la presenza femminile in politica.

La Sardegna, con l’Alcoa, è diventato il simbolo della crisi italiana. Quali sono gli altri problemi della regione che sfuggono alla nazione?
Le nostre risorse sono ferme. I giovani laureati o le donne imprenditrici non posso lavorare. Non ci sono le condizioni. I sardi dovrebbero chiedere di più. Abbiamo bisogno di investimenti.

Le risorse che chiede non dovrebbero essere stanziate per colmare il debito pubblico?

Esiste un problema di filiera. Ai comuni non arrivano i fondi previsti dalla Comunità Europea. Il Governo centrale non lavora su questi investimenti. La mancata programmazione potrebbe farci perdere il 70% delle risorse comunitarie.

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