Mamma, moglie e sindaco sotto scorta

Questo articolo è stato scritto per D – La Repubblica.

Rosarno è un comune simbolo dell’Italia presente. Rappresenta i problemi causati dall’immigrazione clandestina e il lavoro sinergico che il nostro paese deve fare con l’Europa. La scorsa estate il Governo ha fatto proprie le normative UE contro il caporalato e ha approvato la cosiddetta Legge Rosarno. Questo cambiamento, sul territorio, è stato traghettato da Elisabetta Tripodi, attuale sindaco di Rosarno. Il primo cittadino condivide con D.it la sua esperienza politica, scandita dalla discriminazione. “ Per i miei avversari politici non dovrei lavorare perché sono una donna”.

Nel 2011, a Rosarno, ci fu un duro scontro tra gli immigrati e i cittadini del posto. Le difficoltà tra i lavoratori occasionali e quelli italiani sono ancora un problema?
Insieme alla comunità di Sant’Egidio e altre realtà simili siamo riusciti a portar fuori dalla clandestinità moltissimi africani. Non ci sono stati più episodi di violenza o intolleranza. Rosarno è sempre stata una città accogliente. Noi dobbiamo far fronte ad un’immigrazione stagionale importante. Di solito arrivano tra le 1200 e le 1500 persone. Rosarno ha 15mila abitanti.
Io mi sono insediata undici mesi dopo la rivolta. Il lavoro sull’accoglienza era fermo. La collaborazione con la prefettura è stata fondamentale per bloccare gli episodi di violenza visti nel 2010.

Lei opera molto contro la malavita. Perché ha avviato il progetto anti-bullo?
Molti dei reati commessi a Rosarno sono imputabili. L’ndrangheta cresce attraverso i giovani, sedotti dal potere economico della malavita. Solo attraverso la scuola e i servizi sociali possiamo bloccare la criminalità organizzata che opera sul nostro territorio. Delinquere non conviene.

Perché ha deciso di candidarsi alle comunali di Rosarno?
La mia investitura è stata cercata da un gruppo di amici che volevano una svolta per la propria città. Questo desiderio ha spinto persone come me, lontane dalla politica, ad avvicinarsi all’amministrazione per cambiare le sorti di un comune commissariato per mafia.

Come coniuga la sua vita pubblica con quella privata?
E’ molto difficile. Ho moltissimi sensi di colpa per il tempo che tolgo alla famiglia. I miei figli vorrebbero una mamma tradizionale che prepara le torte e resta a casa. Per me è molto importante l’aiuto di mio marito, in primis, e quello dei miei cari. Vivere con la scorta complica di molto la quotidianità.

Perché vive con la scorta?
Lo scorso anno mi ha minacciata un ergastolano. La prefettura, per sicurezza, ha voluto affidarmi la scorta.

Solo l’11% dei comuni italiani è amministrato da una donna. Lei come si spiega questo dato?
C’è un problema di tempo. Per le donne con famiglia è difficile essere disponibile tutti i giorni, 24 ore al giorno. La politica, poi, è ancora percepito come qualcosa di sporco. Le donne che ci arrivano, spesso, si sentono come Alice nel paese delle meraviglie. La tradizione politica italiana è maschile. Gli stessi uomini manifestano delle resistenze davanti le donne.

Mi faccia degli esempi.
Per i miei avversari politici non dovrei lavorare perché sono una donna. Secondo loro non dovrei far carriera. Per un uomo, crescere nel proprio lavoro, è un merito. Alle donne non si perdona niente. Dettagli trascurabili su un uomo diventano fondamentali se si ragiona di femmine operanti in politica.

Le donne, in Italia, sono emancipate?
No. L’emancipazione, al Sud, è bloccata dalla disoccupazione femminile.

Cosa dovrebbe fare la politica?
Gli orari scolastici, per esempio, non tengono i considerazione gli impegni di lavoro delle donne. Io sono contraria alle quote rosa ma, ahimè, sono necessarie per innescare un cambiamento.

Fra dieci anni, in Italia, il presidente del Consiglio sarà donna?
La sua opzione, secondo me, è impensabile. Non è solo una questione di genere. In Italia i politici sono piuttosto maturi. Trovare, nel nostro paese, una donna capace con la stessa età di Berlusconi o Monti è difficile. Ci vorrà del tempo.

 

 

 

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