La sindrome di Campanellino

Questo articolo è stato scritto per D – La Repubblica.

Nel 1983 l’architetto Dan Kiley definiva, per la prima volta, la sindrome di Peter Pan. Trent’anni dopo l’uscita del libro scritto per raccontare gli adulti che non vogliono crescere bisognerebbe ragionare su Campanellino. La fatina di Peter Pan, oggi, rivive nella bambole collezionate da uomini e donne. A Milano, tra il 26 e il 27 maggio, si è tenuta la seconda Italian Doll Convention (http://www.italiandollconvention.it/). “L’anno scorso, spiega Marinella Brighi, 35 espositori hanno partecipato all’appuntamento. All’edizione 2012 ce ne sono stati sessanta. Alcuni sono arrivati dalla Thailandia. Alla seconda Idc c’è stato anche Robert Best, designer di Mattel America”. All’organizzazione di convention dedicate alla bambole Brighi ci è arrivata da collezionista. “Il primo pezzo unico mi è stato regalato nel 1997. Di quella bambola esistono solo mille esemplari nel mondo. Da allora il mondo del collezionismo è cambiato. L’ultima bambola, pagata 800 euro, ha solo 60 sorelle”.
La produzione Chan Park non raggiunge la doppia cifra. Della stessa bambola realizza cinque copie al massimo. “Il mio San Sebastiano l’ho venduto a 1200 euro. Per le art dolls, di solito, si spende molto di più. All’estero, per una bambola da collezione, si può investire fino a 2000 euro”.
Chan ha iniziato a costruire delle bambole proprie dopo aver sistemato quelle degli altri. “Durante l’adolescenza ho iniziato a riparare le Barbie vecchie. Mi piaceva sistemargli i capelli e il trucco. Nessuno mi ha insegnato la professione. Sono autodidatta”. Prima di dedicarsi alle bambole l’artista ha lavorato nella Silicon Valley per la Sony. “Come art director seguivo i videogiochi della PlayStation. Nel 2004, dopo aver iniziato a creare le mie bambole, sono venuto in Italia per studiare la moda del vostro paese. Adesso non mi occupo più di tecnologia. Come freelance individuo le nuove tendenze per le aziende di abbigliamento”.

La ricerca del nuovo connota la vita professionale di Chan. L’artista è uno dei pochi al mondo che realizza delle bambole maschili. “Ho smesso di fare quelle femminili poiché ci sono tanti professionisti che si occupano di questi prodotti. Le bambole maschili sono più rare. Le ultime prodotte sono degli anni Ottanta”. I fratelli di Ken sono ricercati dalle signore che durante l’infanzia non hanno potuto capire la differenza tra Barbie e il fedele compagno. “Una delle mie clienti si è lamentata perché il suo Ken, molto maschile, era poco uomo sotto i vestiti”. A Chan si rivolgono anche molti gay.

“All’estero le mie bambole piacciono di più. Il panorama è più libero. Al momento lavoro soprattutto con gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone”. Come professionista Chan può rivolgersi ad un mercato che non può frequentare come persona. “Io sono nato in Corea. Il mio paese non mi garantisce la libertà che ho trovato in altre parti del mondo. Un ragazzo che confeziona bambole maschili non è visto di buon occhio nel mio paese natale”. Una terra silente davanti gli allarmi sociali. Dove non suonano i campanellini agli adulti è vietato avere la leggerezza dei bambini.

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