Anche le persone sono in sharing

Questo articolo è stato scritto per Italic.

Tredici anni dopo la nascita di Napster, il primo software capace di far condividere dei file agli utenti collegati da una stessa rete, le persone vivono in sharing. La comunione contemporanea non prevede solo lo scambio di contenuti multimediali. Nel 2012, grazie alla rete, i cittadini possono condividere tutto. “L’economia che coltiva il patrimonio delle relazioni, spiega Roberta Carlini, è riconosciuta e stimata da molti professori”. Carlini è una giornalista. Per Laterza ha scritto “L’economia del noi, l’Italia che condivide”. Il paese raccontato nel libro è lo stesso che da tre anni si chiede perché l’Aquila non si sia ancora emancipata dal terremoto del 2009. “In Abruzzo una piccola comunità ha superato il sisma costruendo un ecovillaggio. Queste persone
hanno deciso di non aspettare l’intervento statale dall’alto. Per loro era importante avviare un progetto comune che prefigurasse un futuro diverso dal recente passato che avevano vissuto”.
Secondo la giornalista lo sharing sociale non è una conseguenza della débâcle
finanziaria. “L’economia del noi è nata prima della crisi attuale. La sua presenza ha evidenziato i limiti del sistema che per molti anni è stato considerato vincente”. Dopo l’inizio della stagnazione economica, però, la condivisione è diventata uno strumento per assicurarsi un’alternativa al presente senza lavoro. “A Milano un gruppo di manager licenziati ha deciso di aiutarsi a vicenda attraverso UnBreakFast, una rete nata per seguire la transizione di un
soggetto lavorativo da un impiego all’altro. Le persone che hanno investito su questo network sono cresciute con un modello aziendale individualista, lontano dalla condivisione del loro progetto presente”.
Dalla collaborazione tra un gruppo di imprenditori privati e Torino nasce Sharing. “Il palazzo, spiega Mario Ferretti (AD di Sharing) è composto da 122 appartamenti e 58 camere d’albergo. Di queste unità abitative 23 sono esclusive del comune. Tutte le altre sono a mercato e quindi soggette alle logiche commerciali. Il comprensorio prova a soddisfare le esigenze delle persone
che sono in emergenza abitativa o residenti in città per un breve periodo”.
La sinergia tra il pubblico è il privato potrebbe essere l’evoluzione della rete coworking di Milano. “L’assessore Tajani (responsabile dello sviluppo economico meneghino), sottolinea Massimo Carraro del Cowo di via Ventura, sta mappando il network che esiste attorno i 15 uffici di Milano aperti a tutti i lavoratori nomadi. All’amministrazione abbiamo chiesto di organizzare parte dei propri eventi nei punti coworking cittadini. Queste occasioni promuovono, indirettamente, il lavoro del territorio. Allo staff dell’assessore, inoltre, abbiamo
proposto di lavorare più spesso nei nostri uffici per capire le esigenze dei professionisti”.
“Il coworking, precisa Carraro, è solo una parola. Senza un gruppo di persone non esisterebbe”. Le community hanno avuto la meglio sui singoli contenuti. Lo sharing sociale ha sostituito quello dei file.

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