Nel paese del bunga bunga e del burlesque non si producono sex toys

Questo articolo è stato scritto per D la Repubblica.

La fine di Desperate Housewives è l’inizio di una rivoluzione culturale. I mass media dovranno far propria la convergenza presente sul mercato. Le casalinghe di oggi non sono un’alternativa alle ragazze di New York che bevono Cosmopolitan e provano insieme alle amiche i sex toys.
“Dopo l’uscita di Hysteria”, evidenzia Tiziana Russo, proprietaria di ZouZou, boutique erotica che ha aperto a Roma nel 2007, “della clientela di ZouZou hanno cominciato a far parte anche le signore in menopausa. Perché anche le donne mature usano i sex toys”. In Italia, solo nel 2011, sono stati venduti 400mila vibratori ma nel nostro Paese non si producono sex toys. “ZouZou ha solo fornitori stranieri”  precisa Russo, “Quando ho aperto la boutique mi sono resa conto che i prodotti più interessanti esistono in America, Olanda e Germania. All’estero gli imprenditori hanno investito su questo mercato decennale”.
“Tutti noi dobbiamo mangiare dormire e far sesso” evidenzia Dominique Lecapre, responsabile di Lelo Toys, “I paesi che hanno una visione liberale rappresentano le quote di mercato più importanti. Per la mia azienda l’Italia è uno scenario in crescita”. La presunta spinta sociale del paese potrebbe arrestarsi davanti il presente della nazione. “La crisi economica ha toccato vari mercati e aziende produttrici. Ogni paese reagisce a modo proprio alla crisi. L’Italia è uno dei cinque paesi del mondo dove la mia azienda, francese, vende di più” spiega Benedetta Santulli, responsabile di Lovely Planet.

“Nel 2011 il mercato dei sexy toys ha avuto un assestamento fisiologico” sottolinea Russo. “Fino all’anno scorso ZouZou ha avuto una crescita costante. I vibratori si vendono nonostante l’incertezza generale. Anche gli uomini hanno iniziato a comprare i sex toys. La clientela della mia boutique è per il 20% maschile”.
Il successo che i vibratori ottengono, malgrado la crisi, è solo uno dei tanti colori della rivoluzione culturale che sta avvenendo in Italia. I vicini di casa del Vaticano stanno facendo proprie le abitudini europee. Senza pudori affrontano i problemi sessuali. Nel bienni 2010- 2011 solo nell’Asl di Milano i pazienti con disturbi riconducibili all’intimità sono aumentati del 30%. “La tipologia dei malati non è cambiata. A noi si rivolgono persone tra i 19 e i 30 anni. Il 60% di loro è una donna” precisa Gianluca Mattei, ufficio stampa dell’azienda lombarda.
Le signore, in molte occasioni, sono le ambasciatrici dei compagni. “Una delle mail più rappresentative di questo periodo” racconta Barbara Florenzano, psicologa-sessuologa, “me l’ha scritta una giovane donna. Suo marito ha una disfunzione erettile da quando ha perso il lavoro. Il termine impotenza per quanto brutto, antipatico e abolito ha un suo perché. La virilità di un uomo è spesso collegata alla sua posizione economica. Non è importante quanto si guadagna ma la percezione che il singolo ha del proprio potere finanziario. Ci sono uomini che si sentono tali con 500 euro al mese e altri a cui serve un di più”.
Questo problema non è una prerogativa maschile. “Oggi anche per le donne il potere economico è importante. Abbiamo investito molto, lavoriamo e proviamo a vivere un presente che ci piace. L’insoddisfazione, quando c’è, può trascinarsi nell’intimità anche se dal punto di vista meccanico i problemi femminili si notano di meno. Se non mi eccito e non mi lubrifico posso comunque avere un rapporto sessuale”.
La condivisione di un problema non è una forma moderna di parità. Verso il basso non si ottiene l’emancipazione. La vera indipendenza è un cambiamento di postura. Testa alta anche in una boutique erotica.

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