I colori invisibili

Questo articolo è stato scritto per D la Repubblica.

Le manovre dei professori non agevolano la bonifica del paese. La stagnazione sociale dell’Italia è il ponte naturale tra l’ultimo governo e quello nuovo del 2013. Al prossimo esecutivo l’amministrazione Monti consegnerà una nazione guarita solo dal punto di vista fiscale. Le cicatrici delle donne, delle coppie gay e degli immigrati restano invisibili.
Il dibattito con le parti sociali zittisce le richieste della società. Lubna, una ragazza di origini siriane cresciuta in Italia, allo Stato chiede la cittadinanza. “Entro due anni dovrei essere italiana. Senza la cittadinanza non posso votare. Questo diritto mi manca molto”. L’esclusione politica non è l’unico limite con cui oggi devono confrontarsi i figli degli immigrati extracomunitari. Sara H., una ragazza di origine marocchine, studia giurisprudenza in Emilia Romagna. La sua laurea non avrà sempre lo stesso peso. “Ho fatto lo stesso percorso formativo degli italiani eppure non posso presentarmi ai concorsi pubblici, partecipare al servizio civile nazionale o accedere agli ordini professionali”. Sara H. è invisibile come i cittadini che il mercato non vuole riconoscere. Babel Tv, canale 141 di Sky, non è monitorata dall’Auditel. “In Italia” spiega Beatrice Coletti, responsabile del network multiculturale, “il panel d’ascolto è aperto ai soli cittadini in possesso del certificato elettorale. I 5 milioni di extracomunitari residenti in Italia non sono un target per chi scrive le regole del mercato”.

Per molte aziende i nuovi italiani sono uno strumento per attirare le attenzioni di quelli vecchi. A Sara è stato chiesto di accentuare le proprie origini eritree ed etiopi. “Ho lavorato come commessa in un negozio di abbigliamento. A me e alle altre ragazze di colore è stato chiesto di essere sgargianti. Il mio responsabile voleva che rappresentassi una convinzione comune”. Una tonalità esotica che a Sara non appartiene. “A me piace essere semplice”.
“Noi della seconda generazione, evidenzia Lubna, siamo diversi dai nostri genitori. C’è sempre un rimando ad un flusso migratorio che in realtà non c’è mai stato”. “L’adolescenza di mamma e papà, sottolinea Sara, è stata segnata dalla guerra, dall’assenza di cibo e dalla ricerca di un futuro migliore. Io ho avuto delle esperienze diverse che i miei genitori non sempre comprendono”. Le difficoltà che la ragazza riscontra nella propria famiglia sono le stesse che Sara H. affronta quando vuole essere il cittadino della sua nazione. “Io sono musulmana e per rispettare la mia religione devo frequentare dei negozi specializzati. Mi piacerebbe poter comprare i miei prodotti in spazi comuni, pensati per tutti”.

“L’Italia sa di essere inadeguata con la seconda generazione” sottolinea Colomba Leddi, stilista e direttrice del triennio di Fashion Design di Naba. “Non vede in lei un potenziale mercato che esiste invece a Londra, Parigi, New York dove sono già cresciute le terze e le quarte generazioni. Nel nostro paese siamo fermi all’avvicinamento. L’integrazione nasce dalla consapevolezza, dalla volontà di mischiare le culture. I miei studenti di seconda generazione hanno un doppio punto di vista”.
Il divario con le altre nazioni, secondo Beatrice Coletti, si colma sincronizzando i media. “Per Babel cerchiamo di comprare i prodotti che sono programmati dalle tv straniere con le quali collaboriamo. Su Babel abbiamo trasmesso Bab al Hara (La porta del quartiere), una serie siriana che ha registrato numeri analoghi a quelli fatti da Lost. Il nostro pubblico più giovane è impazzito per Sword Heroes Fate (Il destino del maestro di spade), una serie cinese dove lo scenario futuristico del 2030 converge con quello più antico del paese, quarta comunità straniera operante in Italia”.
“La Cina, puntalizza Coletti, è il più grande produttore di serie televisive del mondo. Il mercato di riferimento del paese ospita un miliardo e mezzo di persone. Il panorama si sta allargando anche per motivi economici”. La cultura, ieri come oggi, anticipa le rivoluzioni sociali ignorate dalla politica che resta cieca davanti i numeri reali. L’11% del Pil nazionale è generato dagli imprenditori stranieri.

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