Futuro anteriore

La prima comunione, la prima vacanza, la prima responsabilità. Il primo fratello. Dopo la sua nascita, per molto tempo, ho pensato che la vita fosse la rappresentazione migliore dell’agenda. Un calendario tridimensionale, persone che per l’occasione diventavano giorni, mesi, anni. Il prete della prima eucarestia, ancora oggi, per me è il 2 giugno 1993.

In quel corpo di Cristo non ci ho mai davvero visto il mistero di Nostro Signore. Per tutta l’infanzia ho creduto che la distribuzione della particola fosse il ponte cattolico tra la vita e la morte. L’eucarestia è l’intervallo dei battesimi ma anche dei funerali.

Per anni, mesi e giorni ho sperato di sentire sulla mia lingua il sapore della tua morte. La tua fine è stato l’atteso e illusorio dessert. Il dolce che ti regala un sorriso, lo stesso che le persone felici indossano per celebrare le nuovi abitazioni. La tua casa, il mio odio.

I pensieri postumi alla tua scomparsa si sono fatti mattoni senza i quali non avrei potuto vivere il presente che mi hai vietato. Il racconto che avrei voluto percorrere. Il tuo silenzio, le fondamenta del mio nido.

Per giorni, mesi, anni sono stato in cima all’albero dei mille anni. L’aria rarefatta confonde la percezione di sé. Le sue braccia, le mie radici. Infinito interludio tra l’inverno e la primavera disegnata sul corpo del figlio del disincanto. “Tutto quello che volevo trova spazio in me” canta il poeta.

Per anni, mesi e giorni mi sono disegnato addosso la fioritura. Il per-sempre strumento per emanciparmi dal daltonismo dell’anima. Quelle gemme non erano radici. I boccioli più belli non baciano l’inverno. La pelle è permeabile. Il freddo finisce nelle ossa. Rami secchi si fanno sostegno dei fiori di plastica. Materiale provvisorio utilizzato dal costruttore carceriere del mio nido. Il mio odio, la tua casa.

Sotto la faccia il sapore di quel incendio. Ancora mi ricordo il giorno in cui la plastica bruciò. Il tuo intervento era stato programmato a fine inverno. Un’operazione difficile ma non impossibile. Il tuo sonno, il mio risveglio. In quella sala d’attesa di cemento è avvenuta la metamorfosi. “Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio”.

Nel silenzio della speranza altrui ho ascoltato, per la prima volta, il mio urlo sordo di dolore. Fino a quel momento non avevo capito che per giorni, mesi, anni ero stato un maratoneta senza traguardo. Passo dopo passo posticipavo la mia felicità. Correvo da te per scappare da quel bambino che per tutta una vita è rimasto fermo in attesa di quella carezza mai disegnata sul suo volto.

Io, per primo, credevo di essere impermeabile al caldo. All’abbraccio fertilizzante di tutti sorrisi che da quel giorno mi sono tatuato sul cuore. Storie coniugante in me. Ogni racconto ha i propri modi e tempi verbali. Da quel giorno, con te, sono passato dal condizionale al futuro anteriore.

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