La primavera araba un anno dopo

Questo articolo è stato scritto per D di Repubblica.

La fioritura della primavera araba non si è conclusa con le rivolte dello scorso anno. I veri cambiamenti sono avvenuti nei mesi successivi e non sono ancora conclusi come testimoniano le nuove imponenti manifestazioni in Piazza Tahrir che si sono svolte in queste ore. Secondo Lucio Caracciolo, direttore di Limes, i media occidentali non hanno saputo fotografare la realtà. La cronaca di una presunta emancipazione femminile non è tangente al presente dei paesi rivoluzionati nel 2011. “Le donne non hanno avuto un ruolo decisivo in nessuna delle grandi piazze arabe. In Libia la rivolta è stata maschile” conferma Caracciolo.
La novità innescata dalla primavera araba coincide con un ritorno al passato pre-dittatoriale. “La forza emergente”, spiega Caracciolo, “è rappresentata dai fratelli musulmani. In meno di dieci anni una presenza considerata più o meno terroristica è salita di grado fino a diventare un interlocutore politico”. Questa restaurazione soddisfa una parte dell’elettorato. “In Egitto”, sottolinea Renato Coen (inviato di SkyTg24), “i poveri hanno fiducia in questi partiti perché rispettano la tradizione. Gli intellettuali, invece, sono spaventati. Uno scenario simile si sta delineando anche in Libia e in Tunisia”.

“La situazione nello scacchiere che va dal Nordafrica al Medioriente”, evidenzia Caracciolo, “è liquida. Le cose stanno cambiando rapidamente. In Egitto i militari non riescono a gestire la situazione. Si continua a sparare. Su tutta l’area incombe il rischio Iran. Una guerra con Israele potrebbe azzerare i giochi. Obama non vuole aprire un fronte iraniano nell’anno elettorale. In caso di conflitto non starà a guardare. L’influenza americana nel Nordafrica è notevolmente caduta. Chi aveva scommesso sugli Stati Uniti si è trovato scoperto. Le rivolte sono state agevolate anche da questa assenza”.

“In Israele”, sottolinea la scrittrice Manuela Dviri, “la primavera araba è stata seguita con paura. Il paese ha un accordo di pace con l’Egitto. Da quando sono iniziate le proteste in piazza Tahrir il gasdotto che unisce i due paesi è stato distrutto più volte”. Dopo la primavera araba è iniziato l’inverno israeliano. “Il governo ha approvato una legge bavaglio. Le organizzazioni non governative che ricevono fondi dall’estero saranno controllate. La forza degli ultraortodossi si fa sempre più sentire. Nei mesi scorsi hanno fermato le bambine che secondo loro non si vestivano bene”. Negli autobus del paese si pratica la segregazione tra i maschi e le femmine. “Mi è capitato”, racconta Dviri, “di viaggiare con questi mezzi di trasporto. Durante un viaggio mi sono seduta davanti. Immediatamente tutti gli uomini sono rimasti in piedi. Nessuno si è voluto sedere vicino a me e all’amica con la quale mi stavo spostando. Da dietro si è alzata una voce femminile che ci invitava ad alzarci e lasciare il posto agli uomini. Per me è stato uno shock capire che quella donna soffre della peggiore forma di oppressione. La vittima, in questo caso, è stata la sostenitrice più forte del suo oppressore”.
Del passato rievocato dopo la primavera araba dovrebbe far parte anche Benazir Bhutto, la prima donna a diventare capo di governo in un paese musulmano. Di lei, uccisa durante un attentato kamikaze, non c’è più traccia. Ieri come oggi vale la frase che dissero a Bhutto subito dopo le elezioni del 1988. “Una donna ha usurpato il posto di un uomo! Dovrebbe essere uccisa, dovrebbe essere assassinata, ha commesso un’eresia”.

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