Un futuro sostenibile

Questo articolo è stato scritto per D di Repubblica.

Nel giugno scorso giugno gli italiani hanno riconfermato il referendum sul nucleare del 1987 e il terremoto in Giappone e i problemi della centrale di Fukushima hanno rivitalizzato un dibattito che sembrava destinato a non avere un contraddittorio democratico, con Silvio Berlusconi che sosteneva che “il nucleare è il futuro per tutto il mondo”. “Quanto successo in Italia nei mesi scorsi, spiega a D Monica Frassoni (presidente del Partito Verde Europeo), aiuta il dibattito europeo sull’uscita del nucleare e facilita la discussione su un eventuale referendum perfino in paesi come la Francia per i quali il nucleare era un tabù”.

A otto mesi dal disastro di Fukushima possiamo dire che l’Europa è cambiata?
Günther Oettinger, il commissario tedesco all’Energia, ha cambiato idea sul nucleare. La sua posizione rispecchia il cambiamento politico di Angela Merkel, cancelliere della Germania. Dopo il terremoto del Giappone la discussione europea è cambiata. Oggi ci si chiede come si possa avere un sistema di sicurezza energetica senza la componente nucleare. L’UE non può intervenire sulle scelte di mix energetico dei paesi membri, ma può orientarne le scelte incentivando l’utilizzo delle rinnovabili. Il dibattito comunitario è stato influenzato dalle posizioni dei paesi. Il referendum italiano è diventato uno stimolo in altri stati. Le repubbliche baltiche stanno infatti preparando un appuntamento analogo. Di una vita senza nucleare si inizia a ragionare anche in Francia e Spagna.

Il lavoro di Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, sulle energie rinnovabili è stato sufficiente?
In Italia la politica energetica la fanno le grandi imprese. Romani non aveva le competenze adatte perché si è sempre occupato di televisione. Il Governo uscente non aveva idea di cosa fare. Procedeva a spanne. In Germania, dove i Verdi sono al 25% nei sondaggi, si prova a governare i fenomeni senza farsi condizionare dal quotidiano. I tedeschi e i paesi scandinavi lavorano sul lungo termine. Sulle rinnovabili è comunque necessaria una maggiore coesione europea.

Paolo Romani aveva sostituito Claudio Scajola. I continui rimpasti hanno compromesso il lavoro di Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente?
I rimpasti non hanno avuto un peso sulla politica inesistente del ministro. Prestigiacomo non si è quasi mai confrontata con le associazioni ambientaliste. Il suo ministero ha perso denari e competenze. La commissione VIA (Valutazione di impatto ambientale) non ha soldi e non riesce neppure a lavorare sul tunnel della Valsusa a cui tiene particolarmente questo governo.

In Italia i Verdi, però, sono scomparsi dalla scena politica nazionale. Cosa ha provocato questa assenza?
I Verdi italiani hanno raggiunto risultati molto importanti nella loro storia: dall’uscita dal nucleare, alle leggi sui parchi, sui rifiuti, sui trasporti. Ma, complice un contesto anche culturale molto diverso da altri paesi, non sono riusciti a contaminare abbastanza le altre forze politiche e i media; hanno sofferto negli ultimi anni di una gestione personalistica e faziosa che ha espulso i migliori e ha fatto perdere credibilità alle nostre proposte. La ricostruzione di un soggetto politico organizzato ecologista in Italia è necessaria, ma non può realizzarsi senza il coinvolgimento di associazioni, movimenti, esponenti politici che guardano oltre le avventure di Berlusconi o le lotte di potere dentro e fuori il Pd o SEL.

Lei è italiana ma lavora da più di vent’anni a Bruxelles. Come si spiega le inadempienze del suo paese su quello che è deciso in Europa?
L’Italia in genere applica male le norme europee per disinteresse e disorganizzazione, soprattutto in materia di ambiente e mercato interno. Questo governo ha peggiorato le cose anche in materia di diritti e immigrazione. Emma Bonino, ministro delle Politiche comunitarie dal 2006 al 2008, aveva cominciato a cambiare strada.

Anche la Grecia ha creato dei problemi all’UE. La crisi del paese è stata risolta?
Il paese ha un debito del 150% del suo PIL. I tagli proposti non sono una soluzione sostenibile perché aumentano precarietà e povertà. Il problema della Grecia, come anche quello di molti paesi della zona euro, non è solo economico-finanziario. L’UE deve farsi portatrice di un piano di rilancio basato sull’educazione, la formazione, sull’economia verde e sul turismo sostenibile.

Come si prepara l’Europa al futuro?
Negli ultimi anni si è accentuata una disaffezione verso l’UE. Gli Stati membri hanno prepotentemente ripreso il controllo delle decisioni a discapito dell’interesse europeo. Si è tornati a un sistema intergovernativo dove ogni governo si illude di pesare di più. La Commissione ha rinunciato a giocare il suo ruolo di avanguardia e stimolo all’integrazione. Alla lunga, l’incapacità di definire e realizzare un progetto comune sta indebolendo tutti e anche la Germania si sta rendendo conto che non può fare ameno di un’Europa funzionante. Oggi l’Europa si trova davanti ad un bivio. Da una parte c’è l’erosione progressiva di importanti risultati. Dall’altra una svolta positiva attuabile solo se saranno poste le condizioni politiche e istituzionali di una vera federazione europea.

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