La vera emergenza è italiana

Questo articolo è stato scritto per D di Repubblica.

Il Sud, del mondo, si è spostato al Nord. Emergency oggi lavora anche in Italia. Il 4 agosto ha siglato un protocollo con la Regione Puglia per garantire agli immigrati che lavorano in provincia di Foggia dei punti di prima assistenza igienico-sanitaria. “A Palermo e a Marghera abbiamo due poliambulatori”, spiega Cecilia Strada (presidente di Emergency), “Gli ambulatori mobili invece girano nei posti dove c’è un’alta concentrazione di migranti. Quando abbiamo iniziato a lavorare in Sicilia non ci aspettavamo  di curare così tanti italiani. Nei nostri poliambulatori arrivano persone senza dentiera. Le domande per avere una protesi sono evase mesi dopo la presentazione”.
Ad Emergency si rivolgono vecchi e giovani. “A Palermo il nostro reparto di ostetricia è frequentato dalle italiane che non riescono a fare un’ecografia prima della nascita del figlio. Il lavoro che stiamo facendo in Sicilia è un buon esempio di collaborazione positiva tra le Ong e le istituzioni. L’Asl ci ha dato il ricettario rosso dopo averci messo a disposizione i locali. Ai pazienti che ne hanno diritto possiamo prescrivere medicinali a carico del servizio nazionale. Questa collaborazione conviene a tutti. L’ambulatorio costa molto meno del pronto soccorso”. Secondo Cecilia Strada queste situazioni nascono dalla povertà e dall’ignoranza. “C’è poca conoscenza dei propri diritti e orientarsi nel labirinto sanitario è difficile. Curare i malati in ambulatorio è meglio, eppure lo Stato continua a tagliare tutto tranne che le spese militari. La guerra in Afghanistan costa 65 milioni di euro ogni mese”. Emergency con la metà di questo budget ha lavorato tutto il 2010. “Il 90% dei nostri soldi provengono da privati cittadini che non si sono fatti spaventare dalla crisi e hanno continuato ad aiutarci. Il ministero non ha più soldi per nessuno”. Mancano i fondi e le agevolazioni: “Sull’erogazione del 5 per mille ci sono dei ritardi. La spedizione del materiale delle Ong è stata decurtata delle agevolazioni previste in precedenza”.
Emergency per lavorare bene ha bisogno di soldi e di istituzioni precise. La comunicazione confusa sull’intervento italiano in Medio Oriente non permette all’organizzazione di lavorare in sicurezza.  Il 14 agosto a Nyala, capitale del Sud Darfur, è stato sequestrato Francesco Azzarà, il cooperante italiano che lavora in un centro pediatrico di Emergency. Lo scorso anno, in Afghanistan, altri tre volontari furono trattenuti otto giorni prima di essere liberati.
“Da quando le guerre sono chiamate missioni di pace si è generata una confusione drammatica tra popolazione e combattenti che crea problemi alla cooperazione. Le Ong saranno un bersaglio fino a quando non si capisce chi sta costruendo per davvero i pozzi in Afghanistan”.
Nel paese, Emergency è presente dal 1999. Da allora ha aperto tre centri chirurgici e uno di maternità. “In questo ospedale nascono dai 12 ai 15 bambini ogni giorno, 13mila in meno di dieci anni. In questo centro ci lavorano solo donne che con il loro impegno stanno cambiando anche la cultura del posto. In Afghanistan una signora non può uscire di casa senza il permesso dell’uomo. Nell’assunzione del personale locale diamo la precedenza ai gruppi deboli, ai disabili e ai poveri. Alcune delle nostre guardie lavorano con le protesi o senza braccia. Queste persone, nelle loro condizioni, non riescono a trovare un altro lavoro”.
A settembre, come ogni anno, Emergency ha tenuto il proprio incontro nazionale. L’occasione serve anche per capire che mondo vogliono i quattromila volontari dell’Ong. “Ogni due minuti curiamo una persona. La curiamo bene e la curiamo gratis. Siamo partiti dedicandoci alla chirurgia di guerra e mano a mano che cambiano i bisogni della popolazione abbiamo ampliato la nostra attività”. La prossima sfida di Cecilia Strada è la cultura. “Con E, il mensile di Emergency, proviamo a parlare a tutti, anche alle persone che non la pensano come noi”. Prevenire è sempre meglio di curare.

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