Il fucile e la luna

Questo articolo è stato scritto per D di Repubblica.

Gaetano Tuccillo, il caporal maggiore trentenne caduto in Afghanistan il 2 luglio, si era sposato nel 2010. Prima di partecipare alla missione di pace in Medio Oriente aveva lavorato in Kosovo e in Libano. La sua morte ha riacceso il dibattito pubblico sul lavoro dei soldati italiani all’estero. Ignazio La Russa, ministro della Difesa, vorrebbe far rientrare in patria duemila militari. Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, chiede che queste decisioni siano prese in accordo con gli altri alleati. Dal 2004, anno di inizio della missione di pace, sono morti 38 soldati. Un terzo di questi solo lo scorso anno.
In Medioriente il raggiungimento della democrazia è un lavoro affidato solo in parte ai soldati. In loco ci sono i giornalisti come Vittorio Arrigoni, il reporter brianzolo sequestrato e ucciso nella striscia di Gaza, e gli operatori umanitari come Selene Biffi, giovane donna che ha fondato Yac (Youth Action for Change, http://www.youthactionforchange.org/), un’associazione no profit che opera grazie alla rete in 130 paesi del mondo, il 95% di questi sono in via di sviluppo o hanno un’economia in transizione. Il sito di Yac ospita dei corsi fatti dai giovani per i coetanei.
“Tra il 2001 e il 2008”, spiega Selene a D.it, “in Afghanistan sono entrati 15 miliardi di dollari. Nessuno sa dove siano finiti questi soldi. Secondo le ultime stime a Kabul ci sono circa 2500 organizzazioni non governative registrate presso il ministero delle Finanze. L’Afghanistan è l’Italia all’epoca dei comuni, ha molte tribù ed ogni tribù ha una sua zona d’interesse”.
Alcune delle Ong che operano sul territorio, in guerra dal 1978, lavorano con i soldati. “La cooperazione civile militare può portare anche molti svantaggi. Se una Ong lavora con i militari la popolazione e i terroristi non fanno distinzione. Questa sovrapposizione dei ruoli va in discapito della sicurezza di chi lavora in loco”.
A Kabul Selene ha lavorato per l’Onu, l’Organizzazione delle nazioni unite. I soldi che ha guadagnato sono serviti per finanziare i suoi progetti umanitari. “A Yac lavoriamo tutti come volontari, nessuno viene pagato. La realizzazione del progetto è gestita da una ventina di persone provenienti da 18 paesi del mondo. L’ufficio è virtuale per tenere i costi bassi. I pochi finanziamenti che abbiamo ogni anno provengono da fondazioni americane o asiatiche”.
Sei anni dopo la nascita di Yac la giovane italiana ha fondato Plain Ink (http://www.plainink.org/). “L’organizzazione nasce dopo i sei mesi di lavoro passati in Afghanistan. Il compito di Plain Ink è creare fumetti educativi per i paesi analfabeti. Secondo l’Unesco una persona su sette non sa leggere e scrivere. Il 51% degli analfabeti del mondo vive in India”.
La nascita dei fumetti educativi di Selene dipendono dalle vendite di Luna, il libro che Plain Ink ha realizzato per i bambini che vivono in Italia. “L’organizzazione ha due canali, uno italiano e l’altro estero. Per stampare i primi fumetti per l’India abbiamo bisogno di 5000 euro. Il network di scuole quartiere che vogliamo realizzare a Kabul costa poco di più. Non abbiamo bisogno di grandi capitali”. Questi e altri progetti sono spiegati in una sezione del sito dove, da settembre, i soci dell’organizzazione potranno decidere su cosa concentrare le donazioni raccolte.
L’Italia, come ha ricordato nei giorni scorsi Angelo Bonelli (presidente dei Verdi), spende più di 30 miliardi di euro per tener vivo il proprio reparto militare. A Selene, per stampare i primi libri di Plain Ink, servono poco più di 10mila euro. Con tutti i soldi che lo Stato spende per il proprio reparto bellico l’organizzazione che si finanzia con Luna potrebbe avviare 30mila progetti umanitari.

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