giorni, momenti e folletti

Ci sono i giorni dell’abbandono. E il momento “folletto”. Come gli uni siano riconducibili all’atro è molto semplice. Troppo. Come la percezione della sfiga (l’utilizzo della parola sfortuna è tanto “educanda” quanto poco rappresentativo).

Leggere, segno dopo segno, quanto attorno non gira è un’arte. La si affina con il tempo. Prima si conoscono i Picasso, e la relativa Guernica (cruccio di ogni insegnante l’arte secondo la quale Warhol quella roba lì, così commerciale, non doveva ricondurla all’aulica pratica che lei, solo, insegna). Poi i Pollock. E l’esplosione, a volte, è meglio.

Il momento folletto, si identifica, solo in un secondo momento. Prima sei troppo concentrato ad alzare lo sguardo al cielo, urlando a lui. Chiedendogli perché ti abbia abbandonato. Ci fosse stato, di tanto in tanto.

Dopo capisci che l’unico assioma che ti permetterà di uscire da quella polvere è soltanto uno, basato sull’interpretazione che i rappresentanti della Folletto hanno fatto del principio “azione e reazione”.

“Se tutto attorno a lei è troppo sporco (azione), non le rimarrà (reazione) che alzare le maniche (questa volta non verso il cielo) e cominciare a pulire”.

N.B. Quanto riportato sopra è la rielaborazione censurata di un momento mediamente isterico, durante il quale mancava solo di reinterpretare la Carmen abbracciato ad una aspirapolvere.

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